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 La cultura del graffito

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akme699

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MessaggioTitolo: La cultura del graffito   Lun Mag 31, 2010 7:29 pm


Gli spazi urbani sono camaleontici. Lo sono per loro natura, in quanto contesti in continua evoluzione. Lo sono in virtù del contributo spontaneo dei loro residenti che possono modificarne il look naturale a seguito di interventi di vario genere In realtà non si è mai riusciti a ricostruire una vera ‘paleontologia’ dei contesti urbani moderni.

Mai si è riusciti a registrare lungo una immaginaria timeline le evoluzioni architettoniche di un qualsiasi contesto urbano. Solo la cinematografia e le nuovo tecnologie hanno il potenziale per farlo. Tra tutti gli elementi che sono espressione della vitalità di un urbe ci sono sicuramente i graffiti. Potremmo definirli lo strato camaleontico ed epidermico di una città. Scritte che mescolano alla semantica del verbo il senso del grafo, del segno, che si rinnova incessantemente in un continuo movimento figlio dei tempi che viviamo. Sono nello stesso tempo uno strano connubio tra vandalismo, virtuosismo, sovversione e voglia di esprimere se stessi. Sono indubbiamente un fenomeno interessante.

I graffiti sui muri sono spesso ritoccati, in una sorta di arte partecipativa in cui ogni nuovo graffittaro aggiunge senso e significato ulteriore al dipinto originario. Il muro diventa lo spazio capace di ospitare un dialogo che da privato si fa pubblico, da vocale si fa visivo, da scritto si fa disegnato. Un interessante tentativo di catturare l’evoluzione dei graffiti nel tempo lo fa il sito Graffiti Archeology.

Nelle sue pagine si possono trovare collage interattivi di fotografie fatte a più riprese ad alcuni muri. Le foto sono sovrapposte precisamente ed è possibile navigare lungo una barra temporale le varie versioni dei graffiti che si sono stratificate sul muro. Scorrendo le varie versioni è possibile notare come si sia modificato nel tempo lo stile del graffittaro, ma è anche possibile notare quale dialogo si sia innescato tra lui e gli altri colleghi intervenuti successivamente su quello stesso dipinto.

L’archivio di Graffiti Archeology attualmente conta graffiti solo di alcune città americane, ma le intenzioni sono di raccogliere testimonianze un po’ da tutto il mondo. Gli autori del sito vorrebbero realizzare un archivio online che sappia testimoniare come i graffiti possono evolvere nel tempo. Hanno aperto anche una galleria su Flickr. Le pitture sui muri sono sempre state un fenomeno sociale dietro al quale si riuniscono delle vere e proprie comunità virtuali di giovani che vogliono poter dire la loro sulla città, sullo spazio, sul mondo in cui vivono. Raccoglierne le evoluzioni in un archivio virtuale è opera sicuramente interessante per sondare le nuove forme di comunicazione del mondo giovanile urbano.

D'arte al vandalismo
Le biennali e le moderne accademie di belle arti ci hanno abituati, come una pedissequa applicazione di un principio ensteiniano o di un motto pirandelliano, che il concetto di arte è relativo; e noi, da bravi discepoli o furbi approfittatori, ci siamo omologati al pensiero che l’arte non sia solo ciò che piace, o diletti o soddisfi, ma qualcosa di più aleatorio, discutibile, indefinibile, sconcertante, anche incomprensibile, purché qualcuno l’abbia definita tale.


Atti di vandalismo sui muri del centro storico di Lecce
E se non ci sono dubbi che dalla preistoria alla modernità — dai graffiti sui muri della Grotta dei Cervi a Porto Badisco fino ad artisti locali contemporanei, di cui pure ci siamo occupati — il genio umano abbia dato prova, nel Salento, di un cammino faticoso e infinito alla ricerca dell’arte e del mezzo migliore per esprimerla, qualche dubbio mi resta circa gli innumerevoli scritti e disegni che imbrattano i muri del centro storico di Lecce.


Ricordo che Sgarbi, qualche tempo fa, aveva definito arte anche queste manifestazioni di grafomania, forse perché nessun writer, per usare un termine gentile, ha mai trascorso la nottata a “dipingere” la facciata o il portone di casa sua. Ebbene, dall’arte al vandalismo, il passaggio è un soffio d’aria compressa in una bomboletta spray, impropriamente scambiata per un attrezzo artistico da chi, con la complicità della notte e della scarsa illuminazione delle strade, immagina i muri in pietra leccese come una grande tela bianca e sfoga sulla vera arte, quella barocca, un bisogno di contravvenire alle regole, quelle di civile convivenza, che hanno sottratto il patrimonio architettonico all’usura e al degrado.


Scritta su un muro del centro storico di Lecce
Ed è così che Lecce, barocca città lattea, è ormai bruttata, scarabocchiata, imbarbarita da firme illeggibili, figure di inanimati incisi, che tolgono alle ritrutturazioni recenti l’indicibile gusto di rinascita e pulizia, da tanto tempo agognato da turisti e residenti.

Non c’è un muro che non abbia gioito delle esperte mani di maestranze d’altri tempi in una certosina opera di recupero della bianca pietra, e non c’è muro che non abbia poi pianto dell’incivile, inutile, dissacrante e demenziale atto di vigliaccheria notturna di bande di scellerati armati di sostanze imbrattanti; vagabondi privi di rispetto per l’altrui proprietà come del valore architettonico di un centro storico che in molti ci invidiano e vorrebbero apprezzare nel suo candore.


Muro del centro storico imbrattato dai writer
E invece una sequenza di macchie, che il lecciso assorbe indelebilmente, mettono in bella mostra una realtà sconvolgente, una maturità assente, un disvalore celato dietro inconsuete forme di rivolta: testi di canzoni che andrebbero scritte sui diari; topini di nero pennarello che si inseguono fra un concio e un altro delle facciate; dichiarazioni d’amore che la ragazza cui sono dirette non leggerà probabilmente mai, se non passerà da quel vicolo; un acronimo che nessuno sa cosa significhi.

Vi sono strade condannate a sfoggiare la sovrapposizione di scritte che si fanno la guerra per restare in evidenza, talune anche in dispregio della lingua italiana. Qualche writer crede, senza modestia, di poter concorrere con i fregi barocchi; qualcun altro sperimenta nuovi inutili e illeggibili pittogrammi, altri ostentano una falsa temerarietà nei confronti delle forze dell’ordine.

Se qualcuno di questi incivili grafomani stesse leggendo questa denuncia non pensi di aver trovato la gloria sperata, perché se è vero che scripta manent, gli scarabocchi su muri, portoni, statue e beni collettivi vanno via con la prossima pulizia e con l’indifferenza delle persone verso cotanta stupidità.

Resta tuttavia l’amara constatazione che il barbarismo si perpetra nell’inerzia della comunale amministrazione, il cui controllo si ferma di fronte alla mancanza di interesse (politico?) verso la cultura e la protezione dei beni della città, come dire: chi soffre il danno, se lo pianga.
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